L’Euro itinerante, la crisi economica e lo spettro della Grecia

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La scelta dell’Uefa di organizzare l’Europeo del 2020 con sedi itineranti in tredici paesi del Continente ha poco a che fare con una decisione di politica sportiva per favorire la diffusione dello spettacolo nel più ampio spettro possibile di palcoscenici. C’è molto della crisi che sta colpendo l’economia e un importante segno di coraggio perché mettere in piedi manifestazioni sportive di questo livello (vale anche per Olimpiadi e Mondiali di calcio) sta diventando sempre più difficile. Alla luce della svolta di Platini, ad esempio, diventa quasi lungimirante la scelta di Blatter di assegnare in un colpo solo i Mondiali del 2018 (Russia) e 2022 (Qatar). Dopo lo scoppio della crisi ci sarebbe stata la stessa corsa ad aggiudicarseli?

In ogni caso la decisione dell’Uefa di portare in giro per l’Europa l’edizione del 2020 risponde prima di tutto all’esigenza di sopravvivenza della manifestazione. Basta dare un’occhiata ai conti dell’esperienza di Polonia e Ucraina nel 2012 per capire come si fosse arrivati a una strada senza ritorno. Quanto è costato l’ultimo Europeo? Ufficialmente 5 miliardi di dollari in Ucraina e poco più in Polonia. In realtà la stima è di investimenti complessivi per 36 miliardi di euro divisi tra i due paesi. Non tutto per gli stadi e l’organizzazione dell’evento, sia chiaro.

In Ucraina, ad esempio, sono stati costruiti 4 nuovi aeroporti internazionali, un terminal a Kiev, strade e infrastrutture. Però il governo ucraino ha dovuto chiedere un prestito emettendo obbligazioni per coprire l’ultima parte delle spese e i riflessi si vedranno solo nei prossimi anni. L’esperienza delle Olimpiadi greche nel 2004 brucia ancora per non guardare con timore al consuntivo di un appuntamento che ha avuto certamente effetti benefici solo per le casse dell’Uefa che dai soli diritti tv ha incassato 840 milioni di euro.

Il dossier di Francia 2016 contiene un budget per stadi e organizzazione di 1,7 miliardi di euro. Dodici città, quattro impianti da costruire ex-novo (Lione, Lilla, Bordeaux e Nizza) e gli altri da ammodernare. Turchia e Italia sono state beffate proprio su questa voce del dossier presentato. Alla luce di quanto è accaduto nei mesi successivi al giorno dell’annuncio (28 maggio 2010) è stata quasi una fortuna e non è un caso che il Governo Monti abbia rinunciato a correre per le Olimpiadi del 2020 per le quali partiva favorita.

Insomma le grandi manifestazioni sportive soffrono di gigantismo e in tempo di crisi sono un lusso che sempre meno Stati possono permettersi. L’Uefa l’ha capito e ha scelto di muoversi diversamente dalla tradizione. Sarà un progetto vincente o le difficoltà logistiche faranno perdere il filo della competizione?

 

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