ESCLUSIVO – Sacchi: “La crisi, El Shaarawy e il calcio italiano che non cambia…”

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Record di under 21 schierati in campo e di gol segnati. Spazio e visibilità a una generazione di ragazzi che si sta affacciando al grande calcio e che rappresenta uno degli elementi di interesse di una stagione di depressione per il nostro calcio. Tutto positivo? Non secondo Arrigo Sacchi, responsabile del settore giovanile della Figc. Secondo l’uomo che ha costruito il ciclo del grande Milan degli olandesi restiamo ancora indietro culturalmente, lontani dal modello spagnolo che domina e non solo perché è ricco. Ecco il pensiero di Arrigo Sacchi.

Sacchi, benedetta la crisi che ha costretto club ed allenatori a puntare sui giovani?

“Se è stata la crisi vuol dire che non progrediremo”

Non è una bella notizia?

“No, deve essere una rivoluzione culturale. Senza ricambio questo sport è destinato a sparire e l’Italia che è leader dovrebbe avere l’ambizione di essere trainante”

Però la crisi ha dato la spinta a molti…

“Ragionando in questo modo alla prima avversità spariranno nuovamente. Noi continuiamo a vivere sull’emotività. L’ignoranza fa più male della cattiveria. Abbiamo valori che devono crescere e prima di tutto serve che ci sia equilibrio e correttezza nei bilanci delle società. Quando hai problemi punterai sui giovani o sugli anziani? Punterai sui vecchi con l’unico risultato di devastare ulteriormente i bilanci delle società”

Cosa ne pensa di El Shaarawy?

“E’ un ragazzo che nel tempo si è trasformato e bisogna dare grandi meriti a chi lo ha allenato. Era un talento che come tutti aveva controindicazioni. Era poco continuo e quasi mai giocava per la squadra e a tutto campo finendo con il non sfruttare le sinergie che sono un moltiplicatore di rendimento. Oggi gioca a tutto campo, a tutto tempo, con la squadra e per la squadra. Allegri ha fatto un buon lavoro”

Galliani lo ha paragonato a Neymar che non ha ancora dimostrato di valere in un campionato europeo…

“El Shaarawy ha capito che il calcio non è uno sport individuale ma di squadra dove c’è uno spartito dove più elevata e la trama più il giocatore si trova a suo agio. E’ come un film dove c’è la sceneggiatura e poi ci sono gli attori. Gli sceicchi non potranno mai comprare una sola cosa: il gioco. E’ frutto di lavoro, cultura, intuizione, sensibilità e genialità: deve essere il nostro valore. Mi piacerebbe che in Italia non ci fossero più soldi”

Non siamo molto lontani da quel momento…

“Restiamo ancora uno dei tre-quattro tornei più ricchi. Come stipendi siamo o primo o secondi perché se non abbiamo la convinzione che il gioco sia leader ci si affida al giocatore e non sarà un giovane… E quando dai la leadership a un giocatore è evidente che può chiedere quello che vuole”

Non miglioriamo?

“Noi siamo un popolo che pensa sempre di essere arrivato e invece non così. Il calcio si evolve e dobbiamo aggiornarci e rinnovarci. Sperimentare. Bisogna imparare ad avere pazienza. Anche i giovani che adesso vediamo lanciati sono nella maggior parte stranieri…”

Gli italiani restano indietro…

“Un anno fa la Fifa ha certificato che le squadre con l’età media più alte dopo quelle di Cipro erano le nostre. Il motivo è semplice: in un calcio così isterico, pieno di scandali, polemico e in cui basta una sconfitta per rischiare l’esonero è evidente che allenatori e società si cautelano andando sul giocatore esperto. Chi sa guarda al futuro, chi non sa resta al passato e noi abbiamo dimostrato sempre di vivere nel passato. Oggi, spero non solo per necessità, abbiamo parecchi giovani anche italiani che stanno giocando”

Segnali importanti…

“Chi fa giocare i giovani sono sempre gli stessi, quelli che sono convinti di avere idee tattiche importanti”

Zeman è un bene per il calcio italiano?

“La nostra Under 21 un anno fa aveva molti giocatori del suo Pescara. Ce ne fossero tanti come lui… Purtroppo gli allenatori italiani sono più preparati a gestire che a sperimentare”

Da dove si parte per rimettere le cose a posto?

“Dai bilanci economici delle società. Fino a quando non ci saranno i bilanci in equilibrio e andremo alla ricerca del ricco scemo che mette soldi non abbiamo capito nulla. I club possono sopravvivere ma devono organizzarsi come si fa altrove”

Abbiamo ampi margini di crescita?

“Abbiamo speso tutto solo per gli stipendi dei giocatori. Posso fare un esempio? Quando arrivai al Milan prendemmo Gullit dal Psv della Philips. Loro senza Gullit avevano vinto tutto e un anno dopo andammo lì a fare un’amichevole. Gli chiesi: ‘Avete investito i soldi di Gullit in campioni?’. E loro: “No. Abbiamo costruito quella tribuna’. Era la fine degli anni Ottanta”

Noi siamo rimasti fermi a vent’anni fa?

“Siamo lì”

E distantissimi con il Barcellona che può schierare undici prodotti del vivaio su undici?

“Loro danno continuità al lavoro in cui credono. Una volta credevamo nei settori giovanili. Poi è arrivata la legge Bosman e le società hanno avuto l’idea che si poteva comprare chiunque. E’ stato un disastro perché prima o poi poteva arrivare qualcuno più ricco di noi. Oggi stiamo cercando di recuperare ma investiamo ancora poco: Barcellona e Real Madrid spendono 45-50 milioni di euro all’anno, da noi al massimo si arriva a 10 e la media è poco superiore ai 3. Siamo indietro”

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