“Caro Riccò, liberati del tuo peso…”

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La circostanza temporale fa impressione. Era un anno fa (23 febbraio 2012) e Mario Cipollini, finito ora nella bufera per le rivelazioni sui trattamenti dopanti nell’anno di grazia 2002, quello di Mondiale, Sanremo e Wevelgem, prendeva carta e penna e scriveva a un altro uomo ‘maledetto’ del ciclismo italiano. La sua lettera aperta a Riccardo Riccò aveva colpito tutti. Era parsa così accorata e sincera da essere scritta quasi da un padre o un fratello maggiore piuttosto che da un collega.  Conteneva l’invito a liberarsi dal peso raccontando la propria parabola verso l’inferno. Era un anno fa. Sembra ieri.

“Riccardo, prima di tutto pensa a tuo figlio. Lascia perdere il ciclismo agonistico, lascia stare il tesserino, la squadra, la voglia di tornare a correre. Per dimostrare chissà che cosa? Per un senso di rivincita nei confronti di tutti? Riccardo, mettiti a cercare un lavoro per il futuro di tuo figlio, fai qualcosa. Sei ancora giovane, hai 28 anni, non puoi passare tutta la vita a inseguire un   fantasma o quello che sarebbe stato. Prendi la mia bici, vai, ma non per allenarti o per pensare alle corse. No, ti deve servire per  uscire ogni tanto e per ritrovare un po’ te stesso nella fatica. Riccardo, devi fare una sola cosa: dimenticare totalmente tutto della tua carriera di ciclista.

Devi trovare una persona che ti aiuti a fare outing. Con estrema onestà,  devi raccontare tutto. Ti devi togliere questo peso, ti devi ripulire l’immagine. Per raccontare te stesso e perché sei finito in questa situazione. Non puoi continuare a torturarti. Pensa a tuo figlio, fai del bene ad Alberto. Prendi queste parole come se te le dicesse un fratello più  grande. Io e te non ci siamo mai incontrati nelle gare, tu sei arrivato che io stavo smettendo. Non ti giudico come corridore, però tu  hai infiammato il ciclismo e poi si è scoperto che eri un bugiardo. Hai sbagliato. Ma qui conta solo l’uomo, il padre

“Soldi, sponsor, casini, ma dove  sono adesso tutti quelli che hanno cavalcato Riccò da corridore? Chi era con lui, allora, che cosa sta facendo ora? In questo mondo di squali? Nessuno non c’è nessuno. Io lo faccio per l’uomo. Un gesto di amicizia, come quando vai da un condannato all’ergastolo che conosci e gli porti le arance. Io non ci guadagno niente e non voglio niente. Se si può fare qualcosa per Riccardo, per aiutarlo nella vita… Per restituirgli una speranza, per vederlo meccanico o barista. Un lavoro, una speranza. Quella bici deve servirgli per pedalare in una nuova vita. Misericordia e carità sono parole che ci vengono  insegnate da bambini. Bisogna dargli forza. Bisogna tendergli la mano. Voglio che lui si ricordi bene del ciclismo. Se c’è anche una sola possibilità, io voglio dargliela. Non sarà facile, perché lui ha ancora in testa il tesserino, le corse, la rivincita. Ma gliel’ho ripetuto tante volte, mille volte, “pensa a tuo figlio, pensa ad Alberto. Non sognare il Tour, quel mondo non esiste più. Davanti a te c’è la vita adesso. E se con questa bici riuscirai a imboccare una nuova strada, sarà la tua vittoria più importante, più grande di tutti i Tour che volevi conquistare”.

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